Thomas Jefferson Forever 

di David B. Kopel 

Il più grande scrittore della Repubblica americana delle origini e il più grande filosofo dei diritti naturali e dei pericoli del potere statale è stato Thomas Jefferson. Non c'è quindi da stupirsi che sia stato così aggressivamente diffamato dai partigiani del politicamente corretto. Jefferson è stato egualmente disprezzato nel 19esimo e 20simo secolo da molti che, abbastanza correttamente, vedevano nelle sue idee un ostacolo al grande stato nazionale che desideravano costruire.

Com'è triste che l'attuale inquilino della Casa Bianca abbia come secondo nome "Jefferson" - anche se il vero Jefferson insegnò al suo nipote Peter Carr: "Nulla è così sbagliato come la supposizione che una persona debba districarsi dalle difficoltà attraverso gli intrighi, i cavilli, la dissimulazione, l'ingiustizia o abbellendo una menzogna....E' molto importante prendere una decisione, non vacillare, non dire mai una falsità".

Thomas Jefferson non sarebbe sorpreso del carattere degenerato di quell'infantile uomo che discredita costantemente il suo nome. Giacchè "non c'è vizio più meschino, più deplorevole, più spregevole del dire una bugia una volta, giacchè colui che la pronuncia troverà più facile farlo una seconda volta e una terza volta, finchè non diventerà abituale, mentirà senza più prestarvi attenzione...Questa falsità della parole conduce a quella del cuore, e col passare del tempo corrompe tutte le sue buone inclinazioni".

Ma questo articolo riguarda un'altra virtù Jeffersoniana che William Jefferson Clinton ha tentato di distruggere: la virtù delle armi e tutto quel che essa ha a che fare col rapporto fra le persone e il proprio governo.

Nella stessa lettera del 1785 al nipote Peter Carr (che era anche la guardia di Jefferson), Jefferson consigliò al quindicenne di formare il carattere attraverso le discipline di tiro: "Un corpo forte rende la mente forte. A questo proposito, consiglio per l'esercizio un'arma. Se permette al corpo un moderato allenamento, essa fornisce alla mente audacia, intraprendenza e indipendenza. I giochi con la palla e altri di natura simile sono troppo violenti per il corpo e non formano lo spirito. Fa quindi che la tua pistola sia la costante compagna delle tue passeggiate".

Le opinioni di Jefferson sull'importanza delle armi per i giovani rimangono notevoli anche due decenni più tardi, come si evince dal suo Report of the Commissioners of the University of Virginia del 1818: "l'esercizio manuale, le manovre militari, e in genere tattiche, dovrebbero essere esercizi costanti degli studenti, nelle loro ore di svago".

Forse Jefferson non si sarebbe stupito di apprendere che un popolo che non ha mai imparato a cacciare mentre diventava adulto e il cui principale collegamento con gli sport è stato di osservarli in qualità di spettatori passivi attraverso un mezzo passivo (la televisione) potrebbe non aver sviluppato il coraggio e l'indipendenza della mente per volere l'autonomia e la responsabilità delle loro vite. Al contrario, potrebbe preferire la comoda schiavitù di uno stato-bambinaia guidato da personaggi come i Clinton.

Certamente, i benefici di un precoce addestramento alle armi andavano al di là di un buon carattere. Come Jefferson fece notare a Giovanni Fabbroni nel 1778, gli Americani ebbero un numero di vittime inferiore a quello delle Giubbe Rosse: "Questa differenza si ascrive alla nostra superiorità nel prendere la mira quando spariamo, avendo ogni soldato del nostro esercito familiarizzato con la sua arma fin dall'infanzia".

Addirittura, gli Americani non erano armati tanto quanto desiderava Jefferson. L'unico libro che scrisse furono le Note sullo Stato della Virginia (1782), nel quale descriveva la scarsità di armi che si era verificata durante la Guerra d'Indipendenza: 

"La legge esige che ogni membro della milizia porti con sè armi comuni nel servizio militare. Ma questo ordine è stato quasi sempre blandamente recepito, e le armi che essi avevano sono state usate così spesso dai soldati regolari che, nelle zone più povere del paese, questi ultimi sono completamente disarmati"

Così, in quanto Presidente, Jefferson esortò con successo il Congresso a stanziare fondi federali per fornire armi da fuoco agli uomini della milizia di stato che non ne possedevano. Il Congresso accondiscese e, durante il secondo mandato di Jefferson e il primo di Madison, "le armi pubbliche" vennero fornite a spese dello stato alle milizie di tutta la nazione.

La milizia era nata con l'obiettivo di prevenire la conquista dell'America da parte di un potere straniero, ma serviva anche per evitare la conquista del paese da parte di un governo nazionale centrale e del suo esercito permanente. In occasione del suo primo discorso inaugurale, Jefferson spiegò che "una milizia ben disciplinata" è "la nostra migliore assicurazione in tempo di pace e nei primi tempi di una guerra, fino a che l'esercito regolare non può sostituirla" e anche una garanzia "della supremazia dell'autorità civile su quella militare; e di economia nella spesa pubblica".

Jefferson comprese come vi sia un profondo nesso fra la sovranità e il possesso delle armi. Finchè i popoli si fossero armati, il mondo si sarebbe mantenuto stabile.

In una lettera del 1811 a Destutt de Tracy, Jefferson riconobbe che i demagoghi avrebbero potuto sorgere. Ma mentre la forza di un demagogo "potrebbe paralizzare il singolo Stato il quale rimane soggiogato, altri sedici, sparsi su una nazione di duemila chilometri di diametro, si sollevano da ogni parte, prontamente organizzati per una deliberazione di un organo legislativo costituzionale, e per volontà del loro governatore, che è costituzionalmente il comandante della milizia dello Stato, vale a dire, di ogni uomo in grado di portare un'arma; e tale milizia è regolarmente disposta in reggimenti e battaglioni, in fanteria, cavalleria e artiglieria, addestrati da generali e ufficiali di grado inferiore, legalmente nominati, sempre desti e nei quali risiede già l'abitudine ad obbedire"

In Francia, pensava Jefferson, i repubblicani caddero perchè non erano presenti centri locali che potessero resistere al controllo nazionale. "Ma quanto a noi, sedici stati su diciassette che si sollevano in massa, con un'organizzazione regolare e sotto dei comandanti legali, uniti nello scopo e nell'azione per mezzo del loro Congresso, o, in caso di costrizione, attraverso un accordo speciale, presentano a un usurpatore tali e tanti ostacoli da soffocare per sempre ogni sua ambizione già al primo concepimento di tale obiettivo".

Senza armi, i più deboli erano preda dei forti, come accadeva nel sistema feudale europeo, dove i secondi schiavizzarono quasi completamente il resto della società. Ma, come Jefferson spiegò nella sua famosa lettera dell'ottobre 1813 a John Adams, la proliferazione di armi da fuoco aveva permesso a un'aristocrazia della virtù e del talento di soppiantare l'aristocrazia della forza bruta.

"Io sono d'accordo con Voi sul fatto che esista un'aristocrazia naturale fra gli uomini. I motivi di ciò sono la virtù e il talento. Un tempo, le forza fisica assicurava un posto tra gli àristoi. Ma da quando l'invenzione della polvere da sparo ha armato il debole non meno del forte della possibilità di dare la morte a distanza, la forza fisica, così come la bellezza, la serenità di spirito, le belle maniere ed altre qualità, è diventata un semplice motivo ausiliario di distinzione".

Poichè armi e sovranità erano legate così strettamente, Jefferson argomentò che la proprietà non avrebbe dovuto essere l'unica base per i diritti di voto. Chiunque avesse servito nella milizia meritava di votare: "Fate in modo che ogni uomo che serva nella milizia o paghi le tasse possa esercitare il suo giusto diritto nella loro elezione" (Lettera a Samuel Kercheval, 12 luglio 1816).

Infatti, come Chilton Williamson ha dettagliatamente descritto nel suo libro del 1960 American Suffrage from Property to Democracy 1760-1880, argomentazioni come quelle di Jefferson venivano usate in tutti gli Stati Uniti per diffondere il suffragio; proprietario o no, colui che aveva sopportato l'onere della milizia avrebbe dovuto appartenere alla comunità politica.

Ma che dire di coloro che erano esclusi da quest'ultima? Jefferson ammise che se gli schiavi fossero stati armati, la schiavitù avrebbe avuto fine. Come scrisse a Edward Coles nel 1814: "L'ora dell'emancipazione sta tuttavia avanzando, col passare del tempo. Arriverà; e se verrà indotta dal generoso vigore delle nostre menti, o dai sanguinosi eventi di Santo Domingo, suscitati e manipolati dal potere del nostro attuale nemico [l'Inghilterra] e se si diffonderà in modo permanente nel nostro paese, offrendo asilo ed armi agli oppressi, è una pagina che la nostra storia non ha ancora voltato".

I moderni sostenitori della proibizione delle armi affermano che se le armi potevano avere un senso ai tempi di Jefferson, oggigiorno vi è un eccessivo uso errato di queste per permettere al popolo di possederle. La versione più sofisticata di questa teoria è stata sviluppata dal Professore di legge all'Università dell'Indiana David Williams in articoli sulle riviste giuridiche delle università di Yale, Cornell e New York. Poichè oggi gli Americani non sono più virtuosi e uniti, non sono più il "popolo" immaginato dal Secondo Emendamento, scrive Williams, di conseguenza, il diritto a detenere armi, istituito dal Secondo Emendamento, è scomparso.

Jefferson non sarebbe stato d'accordo, avendo grande familiarità con un uso errato delle armi. Scrivendo a suo nipote Thomas Jefferson Randolph, egli enfatizzò la necessità "di non discutere mai con un altro. Non ho mai visto un esempio di una persona che convince un'altra persona durante una discussione. Ho visto molti scaldarsi, diventare scortesi e spararsi".

Se la diffusa presenza di armi nella Virginia di Jefferson portò a inutili decessi durante discussioni per cose futili (come sarebbe successo nella frontiera americana nel 19esimo secolo o nei centri delle grandi città nel 20esimo secolo), come avrebbe potuto Jefferson difendere un diritto a possedere armi?

La risposta sta nel fatto che egli riconobbe come un popolo disarmato non avrebbe potuto, nel lungo periodo, rimanere indipendente, reponsabile e libero. Il prezzo del provare a salvare i pazzi dalla loro follia sarebbe la libertà.

Nel giugno del 1776, tre settimane prima della Dichiarazione d'Indipendenza, la bozza di una costituzione per la Virginia redatta da Jefferson rappresentò, nella storia umana, la prima mozione costituzionale che tentava di concedere un diritto alle armi (il Bill of Rights inglese del 1689 includeva tale diritto, ma tale misura era solo uno statuto). La sua proposta, per cui "a nessun uomo dev'essere impedito l'uso di armi all'interno delle sue terre o possedimenti" non fu tuttavia adottata quell'anno dallo stato della Virginia.

La rivoluzione intellettuale di Jefferson, ad ogni modo, era solo all'inizio. Quando scrisse nel 1824 al grande Whig inglese John Cartwright, Jefferson poteva osservare: "Le costituzioni dei nostri Stati asseriscono che tutto il potere è racchiuso nel popolo.....che è suo diritto e dovere essere perennemente armato...".

Qualche giorno prima della sua morte, il 4 luglio del 1826 - il cinquantesimo anniversario della Dichiarazione d'Indipendenza - Jefferson potè vedere che la rivoluzione che egli aveva aiutato a scatenare stava scoppiando in tutto il mondo: "tutti gli occhi sono aperti, o si stanno aprendo, sui diritti dell'uomo. La generale diffusione della luce della scienza ha già lasciato aperta alla vista di ognuno la palpabile verità che gli uomini non sono nati con la sella sul dorso, nè che pochi fortunati possono prenderli a calci e spronarli con gli speroni, pronti a cavalcarli legittimamente per grazia di Dio".

Questo Quattro luglio, mettete per un attimo da parte il baseball, gli hot-dog, la torta di mele e le Chevrolet e riflettete su ciò che realmente questa festa commemora: l'Esodo americano, l'inizio di un lungo cammino nazionale verso la libertà, fondato sulla verità per cui Dio ha creato l'uomo per essere libero. Cosa farete per coltivare l'eredità di libertà e responsabilità trasmessavi dal grande Thomas Jefferson?

 

Tutte le citazioni riportate in questo articolo si possono trovare in The Portable Thomas Jefferson (Viking, 1975).

Chronicles Magazine, luglio 1999

http://www.davekopel.com/2A/Mags/ThomasJeffersonForever.htm

 


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