La fallacia del "43 a 1"

di David B. Kopel

 

Forse il mito più duraturo all'interno del movimento per la proibizione delle armi è quello per cui una persona con un'arma ha 43 possibilità in più di sparare ad un familiare anzichè a un criminale. Questa statistica delle "43 volte" è da sempre la leggenda preferita dalla lobby proibizionista. Non è per nulla esatta, ma ci racconta molto della mentalità dei membri di quest'ultima.

La fonte della proporzione "43 a 1" è uno studio sui decessi da arma da fuoco nelle case di Seattle, condotto dai dottori Arthur Kellermann e Donald T. Reay ("Protection or Peril? An analysis of Firearm-Related Deaths in the Home", New England Journal of Medicine, 1986). Kellermann e Reay hanno sommato il numero di omicidi, suicidi e incidenti, e hanno successivamente comparato tale cifra a quella dei decessi per arma da fuoco classificati come omicidi giustificabili. Il tasso di omicidi, suicidi e morti accidentali rispetto a quello degli omicidi giustificabili era di 43 a 1.

Questa è quella che i proibizionisti definiscono la prova "scientifica" che le persone (eccetto gli impiegati governativi e le guardie del corpo) non dovrebbero possedere armi.

Dei decessi in casa, la grande maggioranza è composta dai suicidi. Nel rapporto 43 a 1, i suicidi rappresentano quasi tutte le 43 morti ingiustificabili.

Tenere conto di un suicido commesso con una pistola come parte del rischio della detenzione di un'arma in casa è appropriato solo se la presenza di quest'ultima favorisce il compimento di un suicidio che non sarebbe altrimenti avvenuto. Ma molte ricerche suggeriscono che un'arma non induce al suicidio.

Nel libro Point Blank: Guns and Violence in America, il criminologo dell'Università dello Stato della Florida Gary Kleck ha analizzato i dati sul suicidio per ogni città americana con più di 100.000 abitanti e non ha ravvisato alcuna prova che qualche forma di controllo delle armi (compresa la proibizione delle pistole) abbia un effetto sul tasso totale di suicidi. Il controllo delle armi ha ridotto talvolta i suicidi con un'arma, ma non il loro numero complessivo.

E' degno di nota che il Giappone, che proibisce completamente pistole e fucili, e regolamenta in maniera severa i fucili a canna lunga, presenti un tasso di suicidi pari a più del doppio di quello degli Stati Uniti. Anche molte delle nazioni dell'Europa centrale e settentrionale hanno tassi di suicidio molto elevati associati alle loro restrittive norme sul porto d'armi (chiaramente, se si ha il sospetto che qualcuno in casa possa suicidarsi, sarebbe consigliabile assicurarsi che questi non abbia facile accesso ad armi, tranquillanti o altri prodotti potenzialmente letali).

Lasciando da parte i suicidi, le stime di Kellermann/Reay mostrano 2, 39 morti accidentali o criminali da arma da fuoco (in casa) per ogni sparatoria legittima. Ora, 2 a 1 è molto meno drammatico di 43 a 1, ma abbiamo ancora un numero di decessi ingiustificati superiore a quelli ammissibili dovuti all'uso di armi in casa.

Si tratta tuttavia della stessa situazione in cui una persona che si toglie la vita con un'arma da fuoco, userebbe un metodo egualmente letale qualora quest'ultima non fosse disponibile. Molti dei soggetti che perdono la vita in incidenti connessi ad armi sono inclini a distruggersi, indipendentemente dai mezzi. Uno studio sulle vittime di incidenti d'arma da fuoco ha rilevato che esse erano "estremamente coinvolte in altre situazioni a rischio, in crimini violenti e bevevano moltissimo" (Philip Cock, "The Role of Firearms in Violent Crime: An interpretative Review of the Literature", in Criminal Violence)

Oppure, come ha sostenuto un altro ricercatore, "il profilo psicologico del soggetto propenso all'incidente suggerisce lo stesso tipo di aggressività mostrato da molti assassini" (Philip Cock, "On the social meaning of Homicide Trends in America", in Violence in America, Vol. I, 1989)

Senza armi, molte vittime di incidenti potrebbero trovare semplicemente qualche altro modo di uccidersi "fortuitamente", per esempio attraverso una guida sconsiderata.

Così, sommando incidenti e suicidi, il mito del 43 a 1 finisce per includere una vasta gamma di esiti mortali che si sarebbero verificati in ogni caso, anche se non vi fossero state armi in casa.

Che dire allora degli omicidi per autodifesa, che Kellermann e Reay riscontrano così raramente? La ragione per cui essi hanno scovato un livello totale così basso è dovuta al fatto che essi hanno escluso molti casi di autodifesa legale. Kellermann e Reay non hanno tenuto in considerazione nessuno dei casi in cui una persona che ha sparato a un aggressore è stata assolta in base alle ragioni dell'autodifesa, o i casi in cui la condanna è stato ribaltata in appello per motivi di legittima autodifesa. Per esempio, il 40% delle donne che si appellano di fronte a una condanna per omicidio vedono ribaltata la sentenza in secondo grado ("Fighting Back", Time, Jan. 18, 1993).

In breve, il rapporto di 43 a 1 è basato sull'assunto assolutamente non plausibile secondo il quale tutte le persone che muoiono in suicidi e incidenti dovuti ad armi non si sarebbero uccise in altro modo se non avessero detenuto un'arma. La cifra si basa anche su una drastica sottovalutazione del numero di omicidi legali a scopo di autodifesa.

Inoltre, calcolare il numero di delinquenti morti per misurare l'efficacia della proprietà privata delle armi è ridicolo. Noi misuriamo forse l'efficacia delle nostre forze di polizia calcolando quante persone la polizia uccide legalmente ogni anno? I benefici dell'azione della polizia - e del possesso di un'arma in casa - non sono misurati attraverso il numero di malviventi deceduti, ma grazie ai dati sui crimini sventati. Il conteggio semplicistico dei cadaveri non ci dice nulla sul reale valore del porto di armi a fini di protezione.

Infine, Kellermann e Reay ignorano il più importante di tutti i fattori nel valutare i rischi del possesso di armi: di chi è la casa in cui queste si trovano. Non c'è bisogno di un ricercatore in medicina per affermare che le pistole possono essere usate in maniera sbagliata nelle case di persone con una malattia mentale legata alla violenza; o dove abitano individui inclini a un comportamento autodistruttivo ed avventato; o nelle dimore di persone con precedenti di arresto per reati gravi; o nelle residenze in cui la polizia ha dovuto intervenire per affrontare la violenza domestica. Questi sono i luoghi da cui proviene la grande maggioranza delle morti accidentali per arma da fuoco.

Studiare queste abitazioni ad alto rischio e saltare a semplicistiche conclusioni sulla popolazione in generale è illogico. Sappiamo che il possesso di un'automobile da parte di un alcolista incline alla guida in stato di ubriachezza può porre seri rischi per la salute. Ma la prova che veicoli nelle mani di alcolisti possono comportare dei rischi non ci autorizza ad affermare che le auto dei non-alcolisti sono pericolose. Tuttavia, la famosa teoria del 43 a 1 a Seattle si basa sul considerare in blocco le case dei soggetti violenti, alcolisti e altri elementi disturbati come un tutt'uno con la popolazione. Lo studio si rivela incapace di distinguere fra gli ampi rischi delle armi in mano a soggetti pericolosi e i minuscoli rischi (e i grandi benefici) delle armi controllate dalle persone normali.

Ancora una volta, trattare la gente comune secondo standard che sarebbero adatti per criminali e violenti è tutto quello che il movimento per il controllo delle armi riesce a fare.

 

National Review Online, 31 gennaio 2001

http://www.nationalreview.com/kopel/kopel013101.shtml


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